94 PUNTATA
 

            La stagione invernale era oramai alle porte.
            Tra due giorni l'autunno avrebbe preparato i suoi bagagli, raccolto le ultime foglie secche, per permettere al fratello inverno
            di donare agli abitanti di Sim's City, come ogni anno, l'incanto di un paesaggio completamente innevato.
            Non solo il calendario le avrebbe ricordato, quella mattina, che l'ennesimo cambio di stagione era inevitabile, infatti
            un freddolino familiare si era insinuato sotto la morbida coperta di flanella azzurra, procurandole un brivido che le aveva
            percorso tutto il corpo.
            Così era stato solo un piccolo e breve sussulto a strapparla dalle braccia di Morfeo per gettarla prepotentemente
            nella realtà quotidiana.
            Aprì lentamente gli occhi per permettere alle pupille di familiarizzare con l'inclemente luce del sole che, come ogni mattina,
            aveva invaso completamente la sua camera matrimoniale.
           
            In una situazione mentale relativamente stabile e positiva, avrebbe sorriso pensando ai continui alterchi che da anni
            accompagnavano il suo risveglio e quello del marito, in relazione al fatto di coprire quelle enormi vetrate con delle tende,
            per impedire ai raggi del sole di svegliarlo ogni mattina in modo brusco.
            Purtroppo quello non era il suo caso: la sua relazione coniugale si stava dissolvendo lentamente come un antico ricordo,
            il suo umore peggiorava ogni giorno di più e con Alyssa.. proprio non riusciva ad instaurare alcun legame con quella bambina.
            Come se non fosse realmente sua figlia. Nessuna situazione mentale stabile e positiva all'orizzonte.
            Istintivamente allungò la mano sinistra, nel vano tentativo di trovare quella del marito. Flanella.
            Solo morbida, leggera e calda flanella.
            Non ebbe il coraggio di voltarsi.
            Sapeva benissimo che il suo cuore non aveva bisogno di un messaggio anche da parte della vista.. era bastato il tatto.
           
            Lui non c'era,nemmeno quella mattina. Il che stava a significare che non c'era stato neanche quella notte, come accadeva
            da troppe notti ormai.
            In uno scatto repentino si ritrovò seduta al bordo del letto. Alyssa dormiva placida nella sua culla colorata.
           
           
            Se solo non fosse mai nata... era tutta colpa sua! Da quando si era intromessa nelle loro vite tutto stava andando per il verso
            sbagliato, tutto andava a rotoli.
            Era colpa di quel piccolo corpicino se le litigate con Ivan erano diventate sempre più frequenti, se la presenza di Melissa
            e Clarissa la innervosiva, se si sentiva così tremendamente infelice.
            Cosa facciamo quando la vita ci presenta un ostacolo? Possiamo aggirarlo, è vero, ma quando ciò non ci è possibile resta
            una sola cosa da fare: l'ostacolo va eliminato.
            Fu un attimo. La vista era annebbiata, un po' dalle lacrime e un po' da qualcos'altro.. una strana sensazione le invase
            il corpo e il cuore iniziò a martellarle forte in petto.
            Afferrò il cuscino. Non pensò minimamente all'assurdità della situazione: ciò che l'aiutava a rilassarsi e contribuiva
            a trasportarla in un mondo fatto di sogni e speranze, quello stesso oggetto, stava per porre fine alla vita di sua figlia.
            Ora era lì, sopra di lei. Il cuscino stretto al petto con entrambe le mani, in una morsa.
           
            Si piegò lentamente su quella culla contenente il corpo della piccola che continuava a dormire beata, ignara della
            minaccia mortale che incombeva su di lei, mentre la morsa diveniva sempre più serrata.
            Un po' più vicino al viso.. ancora un po' e quel male che sentiva crescere dentro di lei giorno dopo giorno, quel demone che da
            quando aveva stretto tra le braccia la bambina per la prima volta si era impossessato di lei, quel dolore.. tutto sarebbe finito.
            Una fine in cambio di un'altra fine. Una fine in cambio della pace, della tranquillità, della serenità.
           
            Fu proprio quando la soffice arma sfiorò il viso della piccola che qualcosa cambiò: Alyssa spalancò improvvisamente gli occhi e
            roteò solerte la testolina.
            I suoi occhi la stavano guardando, come anche quelli di Clarissa e quelli di Melissa. Gli stessi, identici occhi verdi.
            Anche la piccola Alyssa aveva quegli occhi ed in quel momento le rimandavano l'immagine più orrenda del mondo: una madre
            che stava per uccidere la propria figlia.
           
            In un attimo il cuscino cadde a terra sul pavimento, ricoperto di morbida moquette, le sue mani tremanti erano immerse nella
            folta chioma bionda e il respiro era sempre più debole e stanco.
           
            Cosa stava facendo? Cosa?
            Si allontanò fulminea dalla culla con una nuova paura nel cuore: stava davvero per uccidere sua figlia?
            Era arrivata sino a questo punto? Corse in bagno in preda ad un inatteso conato.
            La transitoria lucidità che si era impadronita della sua mente, l'aveva colpita come uno schiaffo: non era Alyssa il problema,
            non era la bambina l'ostacolo da eliminare.. era lei.
            Aprì il rubinetto del lavandino e inumidì la fronte olivastra per scacciare le gocce di sudore che continuavano ad
            imperlarle il viso.
           
            Solo quando alzò lo sguardo si rese conto di ciò che era diventata: lo specchio le rimandava l'immagine di una donna
            sfibrata e scialba.
            Avrebbe voluto piangere, urlare al mondo intero tutto il dolore che aveva dentro.
            Provava pena per il suo riflesso e fu proprio quella sensazione di commiserazione che le infuse un'insolita e nuova energia.
            Aveva capito tutto. Ora sapeva cos'era giusto fare, ora poteva sistemare tutto!
            L'acqua cessò il suo gorgoglio e, al suo posto, un altro suono riecheggiò nel bagno, consueto per quelle quattro mura: un cigolio.
            Con la confezione del barbiturico tra le mani si sentiva nuovamente forte e combattiva.
            Doveva solo ingoiare il maggior numero di pillole possibili ed attendere "l'effetto indesiderato" riportato dal foglietto illustrativo.
            Quante volte si era ritrovata con quel pezzo di carta tra le mani.. quante di quelle volte..
            Tracannò un abbondante sorso d'acqua. Le pillole scivolarono lentamente nell'esofago.
           
            Per un istante pensò di lasciare un messaggio di addio. Avrebbe voluto dire alla sua famiglia di non odiarla perché
            quello era l'unico modo che aveva per trovare pace e avrebbe voluto rassicurarli.. non avevano niente da rimproverarsi.
            Non erano stati la causa della sua fine, era stata lei.
            Tornò in camera da letto con passi lenti, ma decisi. Chiuse la porta alle sue spalle e si ritrovò nuovamente faccia a faccia
            con sua figlia. Non l'avrebbe presa in braccio, nè l'avrebbe baciata.
            Farah: "Perdonami" sussurrò flebile, per poi tornare in quel letto avvolta dalla flanella.
           
           

            Cesare: "Ora me devi spiegà perchè semo venuti qua senza avvisà Farah.."
           
            Anna: "Certo che sei de' travertino,eh? Quante volte te lo devo spiegà? Farah nun stà a attraversà un bel momento
            in questo periodo e dovemo fà quarche cosa. Se telefonavo pe' dije che venivamo a trovalla, m'avrebbe sicuramente
            detto de nun passà e io.."
            Cesare: ".. e te devi impiccià! Mò ho capito!"
            Anna: "Ma quale impiccià,aoh?! So' la socera e me pare er minimo daje 'na mano!" proferì stizzita.
           
            Cesare: "Sei 'na socera impicciona, ecco che sei.. Questi nun so' fatti nostri, ma de Ivan. Lui ce deve pensà a 'ste cose.."
           
            Anna: "Nun capisci 'gnente come ar solito. Viè co' me e statte zitto!"
            Cesare: "E se me devo 'sta zitto tanto valeva che restavo a casa co' Gideon a legge er giornale!"
            Senza degnarlo di alcuna risposta la moglie si incamminò lentamente verso casa del figlio.
           
            Anna: "Billo! - vociò allegra nell'osservare 40 chili di pelo che le correva incontro - Come stai? Quanto sei grosso.."
           
            Cesare: "E' un golden retriver Annarè, mica è un chihuahua!" commentò divertito.
            Anna: "Colombo te doveva chiamà Vittoria, no Cesare.." si allontanò impettita per recarsi alla porta.
            Cesare: "Ehh, Billo mio.. beato te che sei n'cane.. armeno nun te devi sposà!"
            Anna: "Cè, nun risponde nessuno!"
            Cesare: "E nun mette ar mondo manco li fii.. so' preoccupazioni che te credi te.."
           
            Anna: "CESARE!!!"
            Cesare: "Ho capito Annarè! E sarà uscita co' la pupa a fà du' passi.. SE CHIAMAVI.."
            Anna: "E statte zitto! - gridò indispettita - Ma la porta è aperta!"
            A quella notizia il marito non potè fare a meno di allontanarsi dal grande ammasso di affetto a quattro zampe e in pochi
            secondi fu accanto a lei.
            Cesare: "Ma come la porta è aperta?" domandò visibilmente preoccupato.
            Anna: "Eh sì. Quando so' andata ad abbassà la maniglia, s'è aperta.."
            Cesare: "Forse ha fatto n'salto dalla vicina.."
           
            Anna: "Eh, vabbè e se invece fossero entrati i ladri?"
           
            Cesare: "Ho capito: controllamo và.. è mejo!"
            Anna: "Bravo!"
            Entrarono in casa con passo felpato, prestando la massima attenzione al minimo rumore che avrebbero potuto
            percepire perché solo in quel caso avrebbero chiamato la polizia.
            Dopotutto Farah poteva aver avuto una semplice dimenticanza o le bimbe potevano aver dimenticato di chiudere la porta
            a chiave, cosa che capitava sin troppo spesso.
            Dopo aver ispezionato il piano terra decisero di comune accordo di recarsi al primo piano: se un ladro era entrato in casa
            sicuramente aveva puntato ai gioielli che Farah poteva custodire in camera da letto, magari.
            Salirono le scale silenziosamente, col cuore che scoppiava nel petto della donna e una leggera sudarella che tormentava
            Cesare da quando aveva varcato la soglia.
            Non avrebbe mai ammesso alla moglie che una leggera strizza si era impossessato di lui.. l'avrebbe preso in giro
            a vita, lo sapeva bene. Tra i due era sempre stata lei quella coraggiosa, mentre lui.. definirlo fifone sarebbe stata un'esagerazione,
            ma non era certamente un cuor di leone.. di gatto forse, ma di leone no.
            Anna: "Io guardo in camera da letto, tu controlla il bagno e la stanza delle piccole" bisbigliò.
           
            Un profondo respiro e aprì la porta di scatto: "Polizia!".
            L'aveva visto nei film e la voglia di rifarlo era stata veramente troppa!
            Nei pochi secondi che aveva avuto per riflettere prima di spalancare la porta, aveva pensato a cosa avrebbe potuto trovare
            dietro ad essa e le sue fantasie da soap opera avevano fantasticato come al solito. Farah tra le braccia di un altro uomo.
            Magari un idraulico o magari l'antennista. Come l'avrebbe presa?
            Non avrebbe certo fatto una scenata, no.. non era da lei. Se ne sarebbe andata indignata, dopo averla fulminata con lo sguardo.
            Sì, sicuramente sarebbe stata questa la sua reazione.
            Tuttavia non aveva minimamente pensato a cosa avrebbe fatto nel caso in cui avesse trovato la nuora moribonda nel letto,
            con gli occhi vitrei e il respiro a malapena percettibile.
           
            Anna: "CESARE! PRESTO CORRI!" si ritrovò tutt' a un tratto a gridare.
            In tutta risposta il marito si precipitò nella stanza con il respiro affannato.
            Cesare: "Che cosa è successo?" domandò atterrito.
            Anna: "Presto, damme 'na mano! Tocca falla vomità!"
            Stava accadendo tutto così in fretta. Perché dovevano far vomitare Farah?
            Perché sua moglie stava cercando di sollevarla, a fatica, dal letto?
            Pur avendo mille domande che gli rimbombavano nella testa, capì che non era il momento di farsi prendere dai dubbi
            o di porsi delle domande.
            La madre di Anna era stata una valida infermiera da giovane e sua moglie sapeva perfettamente cosa stava
            facendo: se diceva che la nuora doveva vomitare, allora DOVEVA vomitare.
            Riuscirono a sollevarla dal letto, non con poca fatica, e a procurarle il rigetto di cui tanto aveva bisogno in quel momento.
            Poi Cesare chiamò la guardia medica che gli consigliò di chiamare comunque l'ambulanza per portare Farah in ospedale
            e sottoporla a dei controlli più mirati.
            Mentre il marito era alle prese con le telefonate, Anna cercava di parlare un po' con Farah..
            Anna: "Che t'è saltato in mente? Volevi lascià 'ste creature senza madre?" domandò stringendo l'esile corpicino
            della bimba al petto.
           
            Farah: "Io.. non lo so.." Lo sguardo era perso nel vuoto, la voce impastata e sommessa.
            Anna: "Vuoi che chiamo Ivan?"
            Farah: "No! - gridò con una nota di disperazione nella voce - Per favore..."
            Anna: "Va bene. Però in ospedale ce vai,eh? Non accetto repliche!" sentenziò severa.
           
            Farah: "Sì.."
            Avrebbe voluto dirgliene quattro, farle capire che era stata un'incosciente, che i figli vengono prima di tutto e
            che il suo gesto era stato estremamente egoista, ma nell'osservare lo sguardo di sua nuora sentì un peso sullo
            stomaco e restò in silenzio.
            Farah: "Loro starebbero meglio senza di me.." disse in un sussurro.


            DLIN! DLON!

            Era tutto chiaro. Lasciar fare le cose a sua sorella era stato profondamente inutile.
            Un silenzio assordate era sceso tra loro due da quando, improvvisamente, aveva deciso di tornare a vivere
            insieme al marito.
            Solo una telefonata, appena due giorni dopo che se n'era andata, le aveva fatto capire la situazione.
            Denise: "Amo ancora Ronald e voglio dargli un'ultima possibilità" aveva sentenziato al telefono.
            Inutile era stato il tentativo da parte della sorella di convincerla a tornare a casa con lei, tutto inutile.
            Aveva provato a farla ragionare, a farle capire che quello non era
            un ambiente sano in cui crescere una figlia, ma non aveva voluto sentire ragioni.
            Denise: "Ronald è suo padre ed ha diritto quanto me ad avere Gaia vicino".
            Sicuramente era stato lui. Sì, l'avrà minacciata, picchiata, obbligata a dire queste parole.
            Perché sua sorella non sarebbe mai tornata con Ronald, no sua sorella voleva qualcosa di meglio per Gaia e sapeva che
            tenerla lontana dal marito era la cosa più giusta da fare.
            Era passata al lavoro e le avevano detto che Denise si era messa in malattia già da un mese e che, quindi, non
            l'avrebbe trovata nel suo ufficio.
            Connie: (Sicuramente sarà ricoperta di lividi.. ecco perché non va a lavorare..) aveva pensato immediatamente.
            Così, stanca di aspettare che la sorella maggiore prendesse una decisione sensata, si era recata a casa sua,
            aveva suonato alla porta ed ora attendeva che la sorella venisse ad aprire.
           
            ?: "Amoruccio! Finalmente sei arrivat.. oh! Chi saresti tu?"
           
            Una donna, completamente nuda, si trovava innanzi a lei e la osservava con uno sguardo sospettoso.
            Ovviamente NON era Denise!
            ?: "Ehi, ragazzina sei sorda per caso? Chi cavolo sei?" sbraitò visibilmente nervosa.
           
            Per la prima volta nella sua vita.. era senza parole..
            La donna le voltò le spalle ed iniziò a gridare: "Vieni quì immediatamente, balena!"
            In tutta risposta una voce fievole rispose: "Per favore Sandy, non gridare. La bambina si è appena addormentata.."
            Era la voce di Denise! Ma cosa caspita ci faceva una donna completamente nuda in casa sua?
            Il rumore dei passi provenienti dal piano superiore la riportarono alla realtà e dopo pochi secondi si ritrovò Denise
            davanti agli occhi: era incinta e dalla grandezza della pancia, di certo non era al terzo mese di gravidanza!
            Ecco perché l'ha chiamata balena, si ritrovò a pensare.
            Denise: "Connie! - farfugliò evidentemente imbarazzata - Cosa ci fai qui?" poi lo sguardo le cadde
            sulle nudità della donna.
            Sandy: "Pensavo fosse Ronnie.. così ho aperto.." disse piuttosto seccata.
           
            Il fatto che fosse completamente nuda sembrava non crearle il minimo disagio.
            Denise: "Per favore.. Sandy.. puoi metterti qualcosa addosso?"
            Sandy: "Chi è questa?" gridò furiosa.
            Denise: "E'.. mia sorella.. ora, per favore.. potresti..."
            Senza dire una parola la donna voltò le spalle e sparì in una stanza adiacente.
            Cadde un profondo silenzio. Un vortice di domande le riempivano la testa. Emicrania in arrivo..
            Denise: "Io.."
            Connie: "SI PUÒ SAPERE COS'E' QUESTA STORIA? SEI INCINTA? E DA QUANDO? CHI E' QUELLA?
            COSA CASPITA SUCCEDE QUI?"
            Si era ripromessa di controllarsi, di darsi un contegno, ma questo era davvero troppo per lei, troppo..
            Denise: "Non volevo che lo sapessi così.. non in questo modo..". Lo sguardo fisso sul parquet.
            Connie: "Ti prego, Denise - esordì cercando di mantenere il controllo - vuoi spiegarmi cosa sta succedendo?"
            Dopo mezz'ora sapeva tutta la verità: quando Denise si era trasferita a casa sua era già incinta, l'ultima violenza
            di Ronald aveva dato i suoi frutti, ma non si era mai confidata con lei per paura del suo giudizio.
            L'idea di abortire non l'aveva nemmeno sfiorata, si era messa in malattia e aveva tenuto a bada la madre con le telefonate.
            Fortuna che era tutta presa da Gideon in quel momento..
            Quanto alla "Venere di Botticelli" che ora se ne stava chiusa in camera con la musica a tutto volume.. era l'ultima conquista
            di suo marito.
            Connie: "E vive in casa con te?" domandò sbigottita.
           
            Denise: "Non è così male,sai? Almeno Ronald può sfogare su di lei le sue voglie.."
           
            Aveva uno sguardo triste, svuotato, privo di qualsiasi vitalità eppure non versò una lacrima.
            Probabilmente le aveva finite tutte per quella vita, si ritrovò a pensare la sorella minore.
            Connie: "Basta, ora fai i bagagli e te ne vieni via con me!" disse scattando in piedi. Era davvero troppo per lei,
            non poteva permettere che sua sorella continuasse a gettare così la sua vita.
            Denise: "No! Non verrò con te, Connie. E' inutile, non lo capisci? Lui è troppo forte.. e poi.. ora saprebbe dove
            venire a cercarmi. Non voglio mettere in pericolo anche te, non voglio!"
            Connie: "Isy.. ti prego.. sono tua sorella.. non farmi questo. Non posso vederti così..
            Ci aiuterà anche Alessandro, vedrai.."
            L'aveva chiamata "Isy".. il nomignolo che le aveva dato quando erano bambine.
            Allora dire "Denise" si rivelava troppo complicato..
            Denise: "Devi andartene adesso. Se ti trova quì.." si alzò a fatica e si diresse verso la porta.
            Connie: "Ma possibile che non vuoi capire? Non puoi condannare Gaia a vivere questa vita, che razza di madre sei?"
            No. Aveva fallito. Aveva fatto esattamente il gioco di Ronald. Ora sua sorella non l'avrebbe più voluta vedere e
            l'avrebbe persa per sempre..
            Denise: "Sono una pessima madre, lo so. Ma non ce la faccio.. io.. sono debole Connie.." bisbigliò.
            Connie: "No.. scusami, non è vero! Io... io non volevo dire quelle parole.. tu sei.. sei un'ottima madre Denise.. è che.."
            Denise: "Ti prego - disse stringendola in un forte abbraccio - ora vai via, ma promettimi.. promettimi che qualsiasi
            cosa dovesse accadere, ti prenderai cura dei miei figli.. promettimelo!"
           
            Avrebbe voluto trascinarla via. Senza un vestito, senza niente. Così. Eppure si ritrovò soltanto a dire: "Prometto", per poi
            andarsene silenziosamente da dove era venuta.