92 PUNTATA
 

            La vita è un'inesauribile fonte di meraviglia. Per quel che se ne dica e per quanti difetti vogliamo trovare in essa, non finirà mai di sorprenderci
            e di essere maledettamente meravigliosa.
            L'essere umano non deve fare poi molto: ciò di cui abbiamo bisogno, tutto quello che è fondamentale per sopravvivere, lo troviamo subito...
            dal momento in cui veniamo al mondo.
            Ci sono stati donati gli alberi per ripararci da una terribile calura estiva, i fiori per godere di una naturale nonché straordinaria fragranza
            e per poter ammirare la bellezza dei colori, la pioggia per camuffare le nostre lacrime quando affrontiamo un momento particolarmente
            duro della nostra vita o il sole per riscaldarci e bearci della sua infinita maestosità.
            Ai più fortunati è concesso un lusso che non tutti hanno... vivere gran parte della loro esistenza con una buona e sana famiglia accanto.
            Se poi si ha questo dono dal momento in cui si viene al mondo, allora possiamo dire di avere tutto, possiamo considerarci dei privilegiati.
            L'uomo però, si sa, difficilmente si accontenta di quello che ha ed è sempre alla continua ricerca di qualcosa... quel qualcosa che gli manca,
            che lo fa sentire incompleto, che migliorerebbe la sua vita, che lo renderebbe, ai suoi occhi e secondo le sue idee, migliore.
            Così, spinto dalla bramosia di ottenere ciò che desidera, spesso finisce per fare del male alle persone che ama... involontariamente, si intende,
            ma per chi si ritrova a dover subire ed affrontare il dolore... poco conta la volontà.
            Certo, sapere che l'animo di colui che ci ha fatto del male non è stato corrotto dalla volontarietà può essere un vano palliativo, ma
            non cancella né annulla il dolore,la sofferenza e l'umiliazione...
            Così siamo destinati ad essere eternamente infelici, alla continua ricerca di un qualcosa che, seppur trovato, mai ci soddisferà
            pienamente poiché la nostra smania di potere, ricchezza e cupidigia, ci spingerà ad andare sempre oltre, a non accontentarci mai
            e a non riuscire ad apprezzare ciò che di bello e prezioso abbiamo.
            Chiuso nella sua cella grigia, circondato da spesse mura di cemento, il detenuto n°1902 non poteva fare a meno di pensare a tutto questo.
           
            Se solo si fosse accontentato delle bellezze che la vita aveva avuto in serbo per lui... forse ora avrebbe potuto stringere ancora
            tra le braccia sua moglie, sostenere lo sguardo dei suoi figli senza provare vergogna, insegnare ai suoi piccolini com'è la vita
            e accompagnarli nel loro cammino per mano.
            Si alzò dalla traballante sedia di plastica che contribuiva ad impoverire quello che, normalmente, viene definito "arredamento"
            per poi accasciarsi pesantemente su un vecchio letto, polveroso e cigolante. In questa condizione di totale nullafacenza cos'altro
            può fare la mente se non iniziare a vagare tra i mille e mille pensieri?
           
           
            Pensava ai suoi figli, a sua moglie, ormai quasi ex-moglie, e alla sua famiglia.
            I genitori lo andavano a trovare spesso, così era aggiornato sulle ultime novità.
            Era a conoscenza dell'arrivo di Gideon, dell'improvviso malessere di Lucrezia, la domestica di Walter, e del fatto che Milena
            aveva accolto in casa suo figlio, Enrico.
            Continuava a domandarsi se quel bimbo avrebbe potuto allietare l'animo dei suoi genitori e riportare nei loro cuori quella
            serenità di cui li aveva privati all'improvviso, se Lucrezia sarebbe potuta tornare presto a casa visto che ancora non erano
            a conoscenza del motivo che aveva spinto suo fratello a portarla in ospedale d'urgenza ed infine... infine il suo pensiero
            andava sempre a loro: i suoi figli. Come aveva preso Lothar il trasferimento di Enrico nella casa in cui aveva trascorso
            i suoi primi mesi di vita? Ed Enrico?
            Raoul: "Cosa deve aver sofferto quel ragazzo..." parlottò tra se.
            Agente: "Che c'è Paolucci... sei in vena di chiacchiere?" disse sghignazzando con l'impetuosa ilarità di chi ha la consapevolezza
            di avere il coltello dalla parte del manico.
           
            Il detenuto, tuttavia, non prestò attenzione alle sue parole prive di significato. Non voleva sicuramente peggiorare la sua
            giornata... se poteva essere peggiore di così...
            Agente: "Ehi, stronzo! Sto parlando con te! Guardami in faccia quando ti parlo,hai capito?" ringhiò furioso.
            Raoul: "C'è forse qualche problema agente?" domandò seccato.
            Agente: "Effettivamente un problema ce l'ho - disse allontanandosi dalla sua postazione per entrare all'interno
            della cella - Ho problemi con i pezzi di merda come te..."
           
            In quel momento poteva percepire l'alito caldo del poliziotto sul collo. Un nauseabondo odore di sigaretta gli invase le narici.
            Raoul: "Senta non cerco guai, va bene?" disse alzandosi lentamente dal letto.
           
            All'improvviso un dolore lancinante lo fece crollare sulle ginocchia: il poliziotto l'aveva colpito con un pugno in pieno stomaco.
            Per un secondo l'aria aveva smesso di raggiungere i polmoni e tutto era diventato buio.
           
            Agente: "Non ti permettere mai più di alzare la voce con me. Hai capito, merda?"
            Stava per colpirlo di nuovo. Lo capiva dalla posizione che aveva assunto: il suo peso era stato completamente spostato
            sulla gamba sinistra così da permettere alla destra di colpirlo in pieno volto.
            Avrebbe potuto tranquillamente reagire, rompergli il setto nasale o magari qualche costola, ma la vita in carcere è diversa
            da come la conosciamo noi.
            Vai a spiegare ad un poliziotto che hai colpito un suo collega per legittima difesa...
            Proprio quando l'agente stava per sferrargli un fortissimo calcio sul volto, si spalancò la porta dell'ingresso, quella che
            divideva le celle dalla sala d'aspetto.
            I respiri dei due uomini restarono sospesi a mezz'aria sebbene i motivi fossero diametralmente opposti: mentre da una parte
            c'era il timore che un altro agente potesse aggiungersi alla "festa", dall'altra la consapevolezza che l'ispettore o il commissario
            potessero coglierlo con le mani nel sacco, lo terrorizzava.
            ?: "Cosa sta succedendo qui?" sbraitò una nota voce femminile
            Raoul: "Connie..." sussurrò a fatica. Stava ancora cercando di riprendere fiato, ma era enormemente faticoso.
            Davanti ai suoi occhi c'era suo fratello a terra rannicchiato in posizione fetale e l'agente Kauker in piedi davanti a lui.
           
            Connie: "Si può sapere cosa diavolo sta succedendo? Perché il mio assistito è riverso sul pavimento?" gridò furiosa.
            Agente: "Suo fratello ha avuto un malore, così mi sono precipitato a vedere come si sentiva... non è vero Paolucci?" disse fissandolo negli occhi.
            Avrebbe potuto parlare e così facendo risolvere parte dei suoi problemi e farla pagare cara a quell'uomo che più di una volta
            aveva abusato del potere che aveva per percuoterlo... mai nulla di grave ovviamente.
            Non era così scemo da lasciargli dei segni tangibili sul corpo a seguito delle percosse.
            Raoul: "Tutto bene Connie. Non preoccuparti." disse alzandosi lentamente con non poca fatica.
            Non aveva né confermato, ma nemmeno smentito la versione del suo aggressore.
            Connie: "Ci lasci" sentenziò inflessibile.
            Il poliziotto si allontanò con stizza e riprese la collocazione che aveva precedentemente abbandonato.
            Connie: "Raoul... ti ha picchiato vero?" domandò palesemente preoccupata.
            Raoul: "Tranquilla... va tutto bene..." rispose ancora vistosamente affaticato per poi sedersi nuovamente sulla sedia scricchiolante.
           
            La sorella decise di prendere posto accanto a lui e si sedette silenziosamente.
            Connie: "Se ti maltrattano posso comunicarlo al giudice nel prossimo appello..."
           
            Raoul: "Ho detto che è tutto apposto Connie. Non ti devi preoccupare. Piuttosto che sei venuta a fare qui?"
            Connie. "Tua sorella non può venire a trovarti per caso?"
            Raoul: "Certamente... ma proprio perché sei mia sorella ti conosco e leggo nei tuoi occhi che c'è qualcosa che
            non va... qualcosa che ti preoccupa..."
            I loro sguardi si incontrarono per pochi secondi, ma l'uomo capì subito che ciò che tormentava sua sorella doveva essere qualcosa
            di serio e non semplice da dover affrontare.
            Raoul: "Parla Cò! Peggio der gabbio nun ce sta niente guarda..."
           
            Connie: "Quindi se ti dico che mi sono arrivate in ufficio le carte da parte dell'avvocato di Milena per
            il divorzio.... non... cambia niente... giusto?"
            Raoul: "Non cambia assolutamente niente - rispose deciso - davvero". Era preparato a quel momento.
            Chiuso in quelle quattro mura da ormai più di quattro mesi, aveva riflettuto giorno e notte sulla decisione presa da sua moglie
            e aveva capito che era giusto così. Del resto quale donna, in tutta onestà, sarebbe rimasta al fianco di uomo dopo essersi
            imbattuta in tutte le vicende che ha dovuto affrontare la nostra protagonista sino ad oggi?
            Connie: "Sei... sicuro?" domandò con un filo di voce. L'aurea tranquilla e serena che circondava il fratello la impensieriva terribilmente.
            Raoul: "Sono sicurissimo. E' meglio così... lo è per tutti."
            Connie: "Secondo me non ti stai rendendo pienamente conto di cosa significherà firmare quei documenti e..."
            Raoul: "So perfettamente cosa significa - esordì interrompendola - Significa amarla al punto tale da essere consapevole che
            l'unico modo che ho per renderla felice, l'ultimo modo è quello di... lasciarla andare. Glielo devo.
            In tutti questi anni non ho fatto altro che riempirla di bugie e di falsità. L'ho costretta a vivere nella menzogna e ho trascinato
            in essa anche i miei figli. Per non parlare del fatto che l'ho tradita... io... ho distrutto quello che avevamo costruito e ho lasciato
            che marcisse senza fare niente. La verità è che avrei potuto rinunciare... avrei potuto rinunciare al denaro e alla bella vita da
            molti anni, ma... volevo sempre di più... per i miei figli, è vero, ma anche per me... non posso continuare a mentire a me stesso.
            Io... io sono colpevole al 100% Connie... e merito di pagare il mio debito con la giustizia... di essere punito e lei... lei merita
            solo di essere felice..."
            Lo sguardo spento e perso nel vuoto lo facevano apparire agli occhi di sua sorella come un uomo svuotato, privo di ogni energia
            vitale... quasi come se quelle parole che aveva appena proferito fossero riuscite ad assorbire anche la più piccola traccia, insita
            nella sua anima, della voglia di vivere.
           
           
            Capì che non era il caso di proseguire con quella conversazione e cambiò argomento.
            Connie: "Va bene... allora probabilmente sarà la prossima notizia a sconvolgerti - fece un respiro profondo e disse
            tutto d'un fiato - Hanno deciso di trasferirti in un'altra struttura. Verrai spostato al massimo entro due settimane..."
            Raoul: "Come mai?" domandò mantenendo una calma apparente... in realtà un vortice d'emozioni fatto di confusione, agitazione
            e tristezza lo stava invadendo lentamente.
           
            Connie: "Il tuo caso sarà trasferito al tribunale di Roma e tu con esso. Mi spiace Raoul... non ho potuto fare niente..." sussurrò
            sentendosi terribilmente colpevole.
            Forse non aveva lottato abbastanza, forse sarebbe dovuta ricorrere in appello o...
            Raoul: "Ok - disse laconico - Fortunatamente non devo perdere tempo a preparare le valigie, giusto?" abbozzò un sorriso malinconico.
           
            Connie: (Tipico di Raoul - pensò - tenersi tutto dentro per non far preoccupare le persone che ama...)
            Raoul: "Sono pronto ad essere trasferito senza alcun problema. Del resto non posso fare altro,giusto?"
           
            Connie: "Purtroppo no. Nessuno di noi può..."
            Raoul: "Perfetto. Avrei solo un favore da chiederti..."
           
            Connie: "Qualsiasi cosa"
            Raoul: "Avverti Milena e i ragazzi solo quando me ne sarò andato via... te ne prego..."
           

            DRIIIIN!!! DRRRRIIIIIINNNN!
            ?: "Pronto?"
            ?2: "Sono io. Tutto sta andando secondo i nostri piani..."
            ?: "Di sicuro non per merito tuo, hai già combinato fin troppi guai... non voglio correre il rischio che tutto vada a rotoli
            all'ultimo minuto. Incontriamoci al solito posto e fa attenzione che nessuno ti segua!"
           
            ?2: "Va benissimo. Facciamo domani alle 14.00?"
            ?: "Domani sia... ah e ricorda... telefonate brevi e concise. Hai capito?"
           
            ?2: "Ricevuto..." e il telefono tornò ad essere muto.