Il
telefono seguitava a suonare senza risposta. Eppure il fuso orario di appena
un'ora, non aveva mai
rappresentato un grosso ostacolo; a
quell'ora, Igor doveva essere in casa, ma c'erano due evidenti
opzioni: aveva scelto di non
rispondere a nessuno, oppure era uscito.

Un gentile ed educato esploratore
francese, aveva inoltrato Flaminia in quel bar-rifugio, dove un'organizzazione
umanitaria, al pari di quella di
Flaminia, si occupava di alcune vittime della guerra civile in Nigeria. Ogni
giorno
era palpabile il pericolo e la
precarietà nel capoluogo di Jos; dappertutto si assisteva a scene dolorose e
di una crudezza sovrumana. Il dottor
Marquadt, a sue spese, aveva eretto quel piccolo centro dove molte
associazioni veicolavano i propri
fondi a favore delle vedove o degli orfani, o dei mutilati, che aumentavano
di giorno in giorno. Flaminia vide
dopo molto tempo un telefono e sentì una forte emozione invaderla: voleva
fortemente parlare con Igor o con
qualcuno dei suoi figli. Ogni notte, prima di dormire ( e a dire il vero
dormiva ben poco), avvolta nella
zanzariera e dall'olezzo di spray antiparassitario, pensava alla sua famiglia
lontana e a quanto le mancasse. Ma
aveva preso un impegno con se stessa e voleva mantenerlo, ad ogni costo.

"Possibile
che Igor non ci sia... che in mia assenza...si sia dato alle uscite serali?!"
Riagganciò e riprese il ricevitore,
con fare nervoso, mentre Asabi la osservava silenziosa: dietro gli occhiali
fumè, Flaminia nascondeva due
occhiaie profonde e uno sguardo attonito. Tremava. Le sue mani erano
sudate e fredde, mentre componeva il
lungo numero di casa, preceduto da molti prefissi. Il suono del
segnale libero era netto e asciutto,
ma nessuno rispose, nemmeno al secondo tentativo.
Era evidente che suo marito non era
in casa. "Che sia da Natasha o da...Duccio?" si consolò, ma era
un'ipotesi a cui credeva poco.
Conosceva troppo bene Igor, per vederlo chiedere ospitalità ai propri figli,
avrebbe preferito restarsene da solo,
con una bella Coca Zero e le partite alla tv.

-Bella signora color del latte! Hai
qualche problema?- chiese Asabi, che parlava molto bene italiano,
sebbene con un comprensibile e innato
accento strascicato. I padri pellegrini italiani, oltre a rischiare la
vita, erano riusciti ad introdurre
tra quella gente umile semplice, non solo la fede cristiana ma anche la
loro lingua, piena di vocaboli e
suoni nuovi.
A quella domanda, Flaminia cadde
dalle nuvole, voltandosi verso la donna africana, come colpita da uno
strale invisibile.
-No...no...nessun problema!- e
accompagnò le parole con un gesto della mano, ma ad Asabi non sfuggì
lo sguardo perso dei suoi occhi.
-Telefonavi alla tua casa?Sei molto
lontana da lì,vero?-
-Sì, chiamavo a casa mia, in
Italia...- seguì un momento di silenzio, in cui le due donne soppesavano i
propri animi, le parole da dire.

-Un giorno mi piacerebbe che tu ci
venissi,in Italia...- aggiunse Flaminia, per distogliere l'attenzione da
se stessa e dalle sue preoccupazioni.
-Ti manca il tuo uomo,vero?- chiese
Asabi e le sue parole colpirono dritte al cuore. Era così evidente?
Flaminia fece cenno di sì col capo e
rimase attonita.Era indecisa se piangere,sfogarsi o restare immobile.Scelse
la seconda ipotesi.
-Allora cosa fai qui?!Corri da
lui...la tua vita vale molto di più delle nostre,di tutte le altre!-
-E'molto bello e altruistico quello
che dici,Asabi,ma...è una storia molto,troppo lunga da raccontare.Io DEVO
restare con voi,aiutarvi...lo devo a
me stessa ma soprattutto a voi...-
-A noi non devi nulla...tutto quello
che fai,devi farlo per te stessa!La vita è preziosa,Flaminia,la vita è una
sola...
e se l'Amore chiama,sei costretta a
rispondere!-
Forse quella donna era ferita,forse
l'aver perso suo marito nella guerra l'aveva resa egoista,ma nelle sue parole
c'era una tale dolcezza che non era
possibile avvertire una nota negativa.

-E poi,un uomo non può stare senza
donna...ne troverà un'altra con cui consolarsi!Hai paura di questo,vero
donna bianca?-
Lo disse scherzosamente,ma dal viso
di Flaminia, si rese conto di aver colpito nel segno.
-Ma no...Igor non sarà un campione di
fedeltà,certo...- e mentre parlava,le sovvenivano i motivi per cui si
trovava in Africa,ma quelli reali,non
i costruiti dalla sua coscienza impallidita.
-Non indugiare,tornatene in Italia,da
tuo marito,dai tuoi figli...se io potessi...se avessi ancora una casa dove
tornare non starei qui in un
villaggio di disgraziati...-
-Ci penserò,Asabi...grazie...davvero...-
E comprese che effettivamente, il suo
compito in Nigeria era esaurito.
I due
uomini avanzavano nella semioscurità, rischiarati solo da dei bagliori confusi,
provenienti dall'interno
del locale; l'edificio, alto e
dall'aspetto un po'tetro,ideato a mò di fortezza medievale, non presagiva nulla
di
buono. A vederli camminare vicini,
non si sarebbero detti fratelli. Uno,alto e muscoloso,l'altro,magro e
allampanato: entrambi però
combattevano bene i segni del tempo, in diverso modo,ma con ottimi risultati.

-Ehi,Dario...- chiamò Igor,che ancora
non realizzava come avesse accettato l'invito di suo fratello per quella
sera.Forse la solita routine,il
consueto tragitto divano-letto lo avevano stancato davvero,se dopo qualche
tentennamento iniziale,aveva ceduto
all'offerta di una serata diversa.
-Che c'è?- si bloccò Dario,sistemando
la zazzera cacio e pepe.
-Non c'è nemmeno la sicurezza in
questo locale?!Siamo sicuri di...voler entrare?-

-IO sono sicurissimo di voler
entrare!Un mio cliente al bar mi ha regalato due biglietti,non posso perdermi
questa occasione per niente al
mondo!-
E fece per incamminarsi verso la
porta,quando Igor lo trattenne per il braccio.
-Me fai male!Che è successo mò?!-
-Perchè non ci hai portato Ilary?Perchè
hai invitato proprio me...?-

-E quanti perchè e per come!!!Senti
fratè,questo non è un locale per donne,ok?-
-Ecco lo sapevo...guarda che se si
tratta di un locale di "quelli",io me ne vado!-
-Ohhh!- sbuffò Dario,che mal digeriva
il moralismo di suo fratello.
-NON è un locale di quelli,ok?Adesso
entriamo...su...-
A piccoli passi, si avvicinarono alla
porta insonorizzata, da dove si poteva scorgere un dj perso in un
irrefrenabile movimento, che a
vederlo senza musica, appariva buffo e farsesco.
Ma appena aprirono quella
porta,subito un frastuono li invase, tanto che dovettero portare le mani
ai timpani,sentendoli doloranti.

Igor notò che stranamente nessuno era
in pista a ballare: tutta quella musica,dunque,a chi era rivolta?
Cercò di chiamare suo fratello,ma
ovviamente visto il fracasso,Dario non sentì. Allora volse uno sguardo attorno
e si rese conto che le pareti erano
tappezzate di nudi femminili.Ingoiò un sacco di improperi da mandare a
Dario,convincendosi sempre più che lo
stava ingannando; le loro visioni di "serata tranquilla"divergevano
decisamente.

Si fissarono un momento, giusto il
tempo di sibilare qualcosa,che da parte di Dario somigliava ad un'esclamazione
di puro entusiasmo e per Igor a delle
parolacce implicite.
-BEL POSTO!- urlò Dario, ma suo
fratello lo ignorò,chiedendosi cosa li aspettasse dietro la porta a vetri.
Dalla quale uscì una signorina
succinta,abbigliata a coniglietta.
-I vostri biglietti,prego!-

Dario le mostrò i due vaucher e
insieme allungò una banconota da venti euro. Oltre ad un sorrisino stampato,
che voleva essere di apprezzamento.
Igor invece distolse lo sguardo,cercando di concentrarsi su
una possibile via di fuga. Quel posto
lo metteva decisamente a disagio.
-Seguitemi,prego...-
Salirono le scale,seguendo
l'ancheggiare della coda a pon pon della coniglietta, finchè non giunsero in una
sala ben arredata, col gusto
romantico e un po'barocco. Una bottiglia di vino e due bicchieri,campeggiavano
al centro del salone.

-Adesso sì che si ragiona!- esclamò
Igor, contento di aver lasciato la musica assordante in favore di un salottino
pieno di comfort.
-C'è pure un bel vinello...- aggiunse
Dario, che si guardava attorno,studiando le numerose porte che
si affacciavano nella stanza.
Igor si lasciò andare sul divano di
velluto rosso e Dario lo seguì,aprendo un po'la giacca.
-Madonna che caldo!- disse,
pregustando l'atmosfera.

-Pure tu ti vai a mettere la giacca
di lana!- giudicò Igor,alzando un ciglio.
-E'di cotone!- rispose piccato Dario.
Stettero un attimo in silenzio,mentre
le orecchie ancora ronzavano,indecisi su cosa fare,su cosa dire.
-Si potrà bere quel vino?Ho una
sete...- chiese Igor,stropicciando il colletto della camicia.
-Non fa il cafone mò,aspetta che te
lo servano!-
-E chi me lo dovrebbe servire?!Non
c'è nessuno...-
Non fece in tempo a terminare la
frase, che la coniglietta di prima o forse un'altra (erano tutte dannatamente
uguali!),entrò da una delle numerose
porte.

-I signori mangiano qualcosa?- chiese
delicatamente,con evidente accento straniero.
-Io e...il mio amico vorremmo solo
bere,grazie!- rispose Dario,poggiando una mano sul braccio di Igor,
impedendogli di parlare.
La coniglietta fece cenno con gli
occhi di sì e versò del vino nei due bicchieri e nel farlo,mostrò le natiche.
Dario diede una gomitata al
fratello,che cercava di tossire e coprirsi gli occhi.
"Hai visto?" chiese rubizzo, mentre
Igor cercava la via di fuga più breve. Quando quella uscì, Dario
tracannò il vino tutto d'un fiato e
Igor cercò di contenere lo sdegno.
-Ndò cazzo mi hai portato?!- chiese
più volte, portando le mani alla testa.
-E io ancora che ti dò retta!-
-Eeeeeh che bigotto!Che sarà mai!-
disse Dario,evidentemente eccitato dalla situazione.
-Siamo sposati,Dà!S-p-o-s-a-t-i!!!-
scandì Igor, ma suo fratello sembrava imbambolato.

-Guardati,me sembri un prete!Vuoi un
po'di colla da mettere sotto al sedere...così ti appiccichi meglio a
questo divano!-
-Mah...bah...- bofonchiò Igor, che
voleva fortemente trovare le parole più sprezzanti da rivolgere a suo fratello.
Ma una musica lenta e soffusa partì e
li fece sobbalzare.
-Che succede?- chiese Igor e Dario
scosse la testa.
-Non so...è la prima volta che ci
vengo!-
La coniglietta di prima o forse
un'altra ancora,insieme ad una roscetta bikinata fecero il loro ingresso,
seducenti e maliziose.

-E queste?!-
-Sono ballerine,che non le vedi!-
rispose Dario,occhieggiando alle belle forme regalate con tanta
generosità.
-Ballerine...se lo dici te!-
-A me la rossa piace...vado a ballà,tu
vieni?-
Igor rispose schioccando la bocca.
-Non mi muovo da qui!Grazie...-
-Fa'come ti pare!- disse Dario e si
alzò,agitandosi in modo ridicolo,mentre la rossa lo prendeva per mano
e flirtava,giocando con la sua
giacca.
Igor restò a fissarlo un po',poi gli
fu inevitabile crollare nei propri pensieri: se Flaminia lo avesse trovato là
o peggio,lo potesse vedere come da un
occhio nascosto,cosa avrebbe pensato di lui?!Che si consolava,
in sua assenza,come il più vile degli
uomini.
Mentre era perso in queste
considerazioni, qualcuno lo osservava silenziosamente.

E nemmeno si accorse che quella
ragazza,vestita come le altre,si sedeva accanto a lui, fissandolo.

-Il destino ci fa sempre
incontrare,eh Igor?-
Sentendo il suo nome, si voltò e
rimase di sasso: Serena era lì,una bambina vestita da donna.E
chissà da quanto tempo lo stava
studiando!
-Cosa ci fai qui?!- chiese d'impeto,
come un padre che trova la figlia minorenne a bere o in quel
caso,seminuda in un night club.
-Ci lavoro!- rispose secca Serena,
che aveva stampato un sorrisino beffardo.
-Complimenti...bel lavoro!E tua madre
lo sa?-
La ragazza alzò gli occhi al
cielo,sbuffando.
-No,evidentemente non lo
sa,paparino!-
-Poraccia...non ne sarebbe felice!-
aggiunse amaro.
-Piuttosto: TU che ci fai
qui,maritino fedele,padre di famiglia!- chiese Serena,con tono irrisorio.
Igor non tollerò
quell'insinuazione,forse perchè non aveva una valida giustificazione. Si alzò di
scatto,come
morso da una tarantola.

-Stavo per andarmene,infatti!Questo
locale non fa per me!-
E si voltò,chiedendosi da quale porta
fosse entrato e temendo una pessima figura,ma la ragazza lo
fermò,tirandolo per la camicia.
-Aspetta!-

-Cosa vuoi...-
-Senti,questo lavoro mi ha
stancato...lo sto facendo solo per non vedere mia madre con quel Bagoas la sera!
Loro,con le morali da quattro
soldi,le scene teatrali...non ne posso più!-
-Uhm...e pretendi che ti creda?!-

-E'la verità!Con stasera ho
finito...anzi...potresti accompagnarmi a casa?Sono senza macchina...-
E mentre Igor cercava di raffazzonare
qualche scusa, per non trovarsi quella piccola insolente ancora alle
calcagna, suo fratello Dario lo salvò
dall'imbarazzo.

-Ehi Igor!Che fai,non mi presenti
agli amici?-
Eravamo alle solite,pensò Dario: suo
fratello pescava sempre i pesci migliori!E anche in quell'occasione,aveva
acchiappato la ragazza più carina del
locale.
-E che
amici!Complimenti,signorina...- aggiunse,facendo un profondo inchino.

-Grazie,troppo gentile!Il suo amico
qua non è altrettanto galante!- disse,riferendosi ad Igor.
-Igor è mio fratello!-
esclamò,ritrovando la familiarità,che poco prima era scomparsa.
-Ah?-
-Bene,io vi lascio...direi che è ora
di tornare a casa...e non scomodarti,Dario,prenderò un taxi!-

-E chi se scomoda!- rispose Dario,che
non vedeva l'ora di restare solo con l'avvenente moretta.
Serena seguì Igor con lo
sguardo,sperando che tornasse indietro,che lo potesse richiamare con la mente.
Invece Igor sparì dietro alla porta e
lei rimase con quel tizio brizzolato,con due grossi occhi verdi che la
fissavano.

-Non farci caso,mio fratello è un
po'burbero,ma tanto buono...-
-Ho notato!Sai,non sembrate affatto
fratelli...-
-Ce lo dicono in molti:abbiamo anche
il carattere opposto!-
-Anche tu sei sposato?-
-Io?Noooo!!!-
-Allora mi accompagneresti a casa?Mi
fanno male i piedi e non vedo l'ora di togliermi questi tacchi odiosi!-

-Molto volentieri!-
-Aspetta che mi cambio e sono da te!-
rise Serena,che con una scarpa in mano,saltellò fino ad una porta,
per poi comparire,dopo qualche
minuto,completamente diversa.Vestita da bambina, con una t-shirt e
le scarpe da liceale. Dario rimase
sbigottito e le fece strada verso la sua macchina.

-Lavori da molto in quel locale?-
chiese Dario,dopo un po'che l'auto era in marcia.
-In realtà no,ma mi ha già stufato!E
poi a giorni mi comincia la scuola...-
Dario non badò nemmeno alla parola
"scuola" e continuava a fissare gli specchietti,per vedere se i suoi
capelli erano in ordine,se le piccole
rughe col buio fossero celate meglio. Non fecero altre conversazioni,
Serena si sdraiò sul sedile, cercando
un po'di sollievo per i piedini stanchi. Ad un tratto,la macchina prese
a rallentare e Dario accostò.
-Che succede?- chiese la ragazza,per
niente spaventata.

-Non saprei!Si è accesa una spia...-
-Quindi non possiamo
proseguire,giusto?-
Dario girò la chiave ma l'auto
appariva morta.
-A quanto pare,ci ha abbandonati!-
-Che seccatura!Presumo che dovremo
chiamare un taxi...-
Dario guardò la ragazza,esplorando le
belle forme che si affacciavano dai vestiti fanciulleschi.E sorrise.

-Avrei un'idea migliore...-
Con il braccio circondò Serena,che
non si oppose.La abbracciò stretta e avvicinò le labbra.

Si baciarono a lungo,finchè Dario
decise di esplorare quelle forme e togliersi la giacca,che tanto lo
faceva sudare.Aveva la camicia
umidiccia,per il caldo e l'emozione.Sfilò la t-shirt di Serena,che non protestò,
anzi,lo aiutò nello sbrigare la
faccenda.Si amarono come due sconosciuti che non fanno altro che seguire
un istinto primordiale,senza perdere
tempo in troppi convenevoli.

Alla fine si guardarono e sorrisero
per l'imbarazzo.
-Ti ho sporcato tutto di rossetto!-
esclamò lei,cercando di pulire col dito le sbavature.
-Oh accidenti!- stava per dire che
non doveva scoprirle sua moglie,ma si ricordò di non essere sposato e
di aver celato la fede nel cassettino
dell'auto.
-In borsa dovrei avere delle
salviette,aspetta che le cerco...- ma Dario la strinse ancora, con gli occhi
che gli brillavano. Lui,uomo di mezza
età che conquista una ragazza più piccola di sua figlia.Lui,che
avrebbe avuto molto da raccontare al
bar,il giorno seguente.La baciò ,premendo la pelle su quella
di lei, odorando i capelli morbidi.

-Adesso puoi cercare le salviette...e
darmi una pulitina!-
Risero entrambi,mentre un fresco
notturno penetrava dai spiragli delle portiere e li faceva rabbrividire.
Si rivestirono in fretta,raccattando
ognuno le proprie cose.Dario girò la chiave e l'auto ripartì,magicamente.
-Ma...allora...-balbettò Serena.
-Ho i miei metodi,ragazza!- disse
Dario,sghignazzando.
In gran fretta si diressero verso le
proprie case...
-Che dici,Margherì...oggi
l'avvocato sarà puntuale?-

Il sole era spuntato da un
pezzo,nella F.A. Management e la fidatissima,per anzianità e
solerzia,Margherita,
giocava al solitario,avendo
archiviato le telefonate già da un pezzo. Invece Maurizio,che faceva il
praticante
presso lo studio,fumacchiava il
sigaro,scrivendo email e chattando su facebook.
Margherita guardò l'ora e scosse il
capo.
-No,anche oggi è in ritardo di almeno
un'ora!-
-Eeeehhh...quel ragazzo...è
indolente!-
Margherita tacque,sapendo che non era
l'indolenza il problema di Duccio.Lo conosceva da quando era
seduto sulle ginocchia di suo
nonno,l'avvocato Edoardo Finazzi Agrò. Semplicemente detestava quel mestiere,
a cui era stato destinato,per un
crudele testamento familiare.

-Buongiorno,Margherita...buongiorno,Maurizio!-
Il praticante alzò appena la
testa,biascicando un buongiorno dalle labbra strette attorno al sigaro.
-Ben arrivato,avvocato!- esclamò
Margherita,con tutto l'entusiasmo che poteva fingere.
-Novità?-

-E'tutto sulla sua
scrivania,Duccio...- e si pentì di averlo chiamato per nome,ma lui nemmeno vi
badò.
-Ah,avvocato...ho dovuto spostare il
cliente di stamattina a domani...visto che lei non c'era...-

-Perfetto,grazie...- rispose
Duccio,non badando affatto alla gravità della faccenda. E si volse verso il
suo ufficio, che lo aspettava, come
il mostro Cariddi che attende solo di fagocitare i malcapitati, con la sua
bocca enorme. Vi si tuffò,
rassegnato, girando il pomello della porta con lentezza, mentre un odore di
pulito lo investiva, insieme al
consueto olezzo di carta vecchia e consumata. Quei libri facevano la muffa,
ogni giorno, da circa cinquant'anni e
Duccio si sentiva parte di quel processo lento e inevitabile.

Si sedette sulla poltrona,
spolverando un po'lo schienale: aveva preso il posto di suo nonno,ma la vecchia
sedia di pelle era stata sostituita
da una modernissima ergonomica. E anche la vecchia macchina da scrivere,
con i tasti consunti da anni di cause
e processi, era sparita nel dimenticatoio, lasciando il posto ad un pc
di nuova generazione. Anche Duccio
apparteneva al nuovo, quel nuovo che non accetta le convenzioni, nè
sa bene cosa vuole dalla vita.
Premette il pulsante d'accensione del pc, con una flemma fuori dal comune.

Il suono d'introduzione a Windows lo
fece sobbalzare e quando le icone comparvero sullo schermo,
era già perso nei suoi pensieri.
Doveva trovare un modo per fuggire da lì.E vi pensava ormai da troppo
tempo: un giorno era malato, un
giorno indisposto,un giorno era bloccato nel traffico...cosa avrebbe
fatto per scappare da quel posto!Si
specchiò nel monitor,trovando un giovane dalla barbetta incolta,
deluso dal mondo,indeciso e
scontento.E le occhiaie,due lune nere, si erano formate sotto il suo sguardo
indolente.

Stava accadendo tutto troppo in
fretta,non lasciando spazio alla vita,ai tanti propositi che da tempo
albergavano nella sua mente.Fare un
viaggio sui Fiordi norvegesi, visitare un museo,imparare a nuotare
(aveva da sempre paura
dell'acqua),riprendere gli studi di letteratura...realmente avrebbe potuto
fare tutto questo?O sarebbero rimasti
dei sogni, desideri inespressi, chiusi in un cassetto...
Non si accorse che,perso in queste
cogitazioni,aveva chiuso gli occhi.

"Oh mio Dio..." disse tra sè e fece
fatica a prendere contatto con la realtà. Sentì un vociare concitato,
fuori la porta che lo divideva dal
resto del mondo; Margherita tentava di fermare qualcuno,una donna
con tutta probabilità, che aveva un
accento strano.D'improvviso,l'uscio si spalancò e una figura estranea
si palesò, nascosta sotto un cappello
elegante,di panama.

-Avvocato,mi spiace...non sono
riuscita a fermarla!-
La furia dai capelli rossi lo
fissava,altera,con uno sguardo che aveva un non so che di familiare.
-Non importa,Margherita,non
preoccuparti...-
Non fece in tempo a dire:"Si
accomodi" che quella era già seduta nella poltrona di pelle nera, di fronte
a lui.


-Avrei qualche appuntamento per la
prossima mezz'ora,Margherita?- chiese,fingendo tutta la professionalità
possibile.
-No,avvocato...ma dovrebbe leggere
delle mail che le ho girato e...-
-Le mail possono aspettare,io NO!- si
intromise la sconosciuta, che non pensava neppure a togliersi il cappello,
in un luogo chiuso e di fronte al
padrone di casa.
-Puoi andare,ti chiamerò se avrò
bisogno di te...- disse Duccio,rivolto alla fedele segretaria.
Quella indugiò,ma poi
uscì,chiudendosi la porta alle spalle.

Rimasti soli, Duccio tornò con lo
sguardo sulla rossa, che con tanto d'occhi cerulei, sembrava assumere un
contegno grave.
-Allora,signorina...cosa posso fare
per lei?-
-Molto semplice, "avvocato"- e
sottolineò l'epiteto con sarcasmo - deve andarsene da qui!-
Duccio spalancò gli occhi ma al
contrario delle aspettative della donna, non si arrabbiò nè fu
particolarmente turbato.
-In che senso,mi scusi...- blaterò,
aggrottando la fronte. -Lei chi è?- chiese di getto,che era la domanda
che gli stava più a cuore.
-Sono...sua zia?Non esiste
l'appellativo di "ziastra",giusto?-
Duccio ricordò che suo nonno,in età
avanzata,aveva allacciato una liaison con una donna ucraina. Ma era
accaduto molto,molto tempo indietro.
Si alzò,come se la sedia scottasse e
riflettè giusto un attimo,mentre un senso di ironia gli saliva su per
le tempie.

-Lei...tu...saresti la figlia di mio
nonno?!-
-Esatto!E almeno di cognome faccio
Finazzi Agrò,mentre tu...-
Cercò di affondare la donna,ma ben
presto realizzò che nulla poteva scalfire Duccio, il quale appariva più
divertito che indispettito.
-Io sono un Angelini,sì...e ne vado
fiero!-
-Meglio per te!Mi chiamo Desna e ho
studiato nelle migliori università d'Europa!So tre lingue e ho un
dottorato in diritto del lavoro!-
Anche lei ora era in piedi e
sviscerava il suo curriculum con entusiasmo e una certa prosopopea.

-Benissimo!Quindi...stai reclamando
il diritto di impossessarti dello studio,giusto?-
-Puoi dirlo forte!Questo studio mi
spetta...e se non ci credi,puoi consultare il testamento di tuo nonno
Edoardo!-
-Non c'è bisogno di scomodare il
nonno...anzi...ti credo.Davvero...-
Desna ora lo fissava inebetita.

-...e puoi prenderti
tutto!L'ufficio,le sedie,il computer...ah,le bottiglie no!Le ho collezionate in
giro per
l'Italia,sono un caro ricordo...-
Desna lo osservava in silenzio,come
se stesse assistendo ad uno sfogo,tenuto dentro da troppo tempo.
-Quindi...sei disposto a cedermi
tutto?Ti avrei offerto almeno il 40%!- chiese, mentre i ruoli si erano
magicamente ribaltati.

-Grazie,ma non so che farmene del tuo
40%!E poi...ho già avuto quello che mi spettava...buona fortuna,
Desna!-
Non la fece ribattere, chiamò
Margherita a gran voce e presentò le due donne.

-Margherita,ti presento la nuova
titolare della F.A. Management!Da oggi sarà lei a tirare le redini dello
studio...-
Si scambiarono una mano freddina e
piena di stupore, mentre lo sguardo di Margherita vagava dalla donna
a Duccio, interrogativo.
-Benvenuta...- riuscì a balbettare e
non le sfuggì il sorriso carico di soddisfazione di Duccio.
-Tu cosa farai ora?- gli chiese la
rossa, con un viso che non aveva più la durezza di prima.

-Chissà!Là fuori c'è un mondo che mi
aspetta...e devo ringraziare te,Desna...e forse mio nonno!-
Ed uscì lesto,slacciando l'ultimo
bottone della giacca,aspirando l'aria a pieni polmoni.

L'incantesimo era rotto,il sortilegio
sciolto: il principe di un azzurro sbiadito,era fuggito dalla torre. Le favole
non sono tutte uguali e stavolta la
principessa aveva salvato il cavaliere.
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